tradimenti
La vestaglia di pizzo nera #5
Efabilandia
27.09.2025 |
25.053 |
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"Desirè, inginocchiata sul materasso, lo guardò, il cuore che batteva forte, la fica che si contraeva al pensiero di essere presa, di diventare una cagna..."
Sabato sera, l’aria della città era un vortice di promesse oscure, un misto di smog, luci al neon e desiderio che si avvolgeva intorno a Desirè come un abbraccio soffocante. A trent’anni, Desirè era una creatura di pura lussuria, una dea del sesso che trasformava ogni spazio in un altare per il suo piacere. I capelli castani cadevano in onde lucenti, accese da riflessi ramati sotto la luce soffusa del salotto, incorniciando un viso dai lineamenti affilati, gli occhi verdi scintillanti come smeraldi, accentuati da un ombretto nero smoky che li faceva sembrare pozzi di malizia. Le labbra, dipinte di un rosso acceso, erano un invito al peccato, il rossetto cremoso che luccicava come sangue fresco. Le unghie, laccate di rosso fuoco, brillavano mentre si preparava, ogni gesto un rituale di potere.Nel salotto, l’odore di candele alla vaniglia si mescolava al suo profumo naturale, un aroma muschiato e dolce che era ormai la sua firma. Desirè si vestì davanti a Mario, seduto su una poltrona di pelle nera, il suo viso pallido segnato da un’ombra di disagio, gli occhiali che gli scivolavano sul naso, la camicia bianca sgualcita che tirava sulla pancia. Lei lo ignorò, il suo sguardo fisso su di sé, sul suo potere. Prese il plug da 8 cm, un mostro nero e lucido che Ernesto le aveva regalato, e lo posò sulla sedia di fronte a Mario, il metallo che brillava sotto la luce, un simbolo della sua fame insaziabile. Con un sorriso crudele, si piegò, la gonna di pelle nera sollevata, la fica depilata e bagnata che luccicava. Lentamente, fece scivolare il plug nel culo, il dolore acuto che le strappava un gemito, un misto di agonia e piacere che le faceva contrarre la fica. Il suo culo, allenato e aperto, lo accolse, ogni centimetro un’esplosione di sensazioni, l’odore muschiato della sua eccitazione che riempiva la stanza. “Guarda, cornuto,” disse, la voce roca, mentre si girava, mostrando il plug che pulsava nel suo culo, visibile sotto la gonna.
Indossò le calze autoreggenti nere, il pizzo velato che accarezzava le cosce, e infilò i tacchi rossi con tacco 12, affilati come coltelli, il clac clac che riecheggiava sul parquet come un tamburo di guerra. La vestaglia di pizzo nero, il suo talismano, divenne la sua camicetta, trasparente e aperta, lasciando intravedere i capezzoli duri e la curva delle tette. La gonna di pelle, corta e aderente, copriva a malapena il plug, un segreto che la faceva sentire porca, pronta. Niente reggiseno, niente mutandine: solo il pizzo, la pelle e il plug, un’armatura di lussuria. Mario, inchiodato alla poltrona, la guardava, il cazzo duro sotto i pantaloni, ma gli occhi velati da un dolore che cresceva, un conflitto che Desirè ignorava, persa nel suo desiderio.
Il campanello suonò, e Ernesto entrò, un uomo che trasudava autorità, la camicia azzurra aperta sul petto muscoloso, la peluria nera che contrastava con la pelle abbronzata, i pantaloni grigi che tiravano sul cazzo già duro. I suoi occhi castani, predatori, divorarono Desirè, e senza dire una parola, la baciò in bocca, un bacio osceno, la lingua che si intrecciava alla sua, il sapore di tabacco e whisky che si mescolava al rossetto di Desirè. Le infilò una mano tra le cosce, le dita che trovavano la fica bagnata, due che scivolavano dentro, il suono umido che riempiva il salotto. “Sei pronta, puttana,” disse, la voce un ruggito basso, mentre le dita si muovevano, l’odore muschiato della sua eccitazione che si sprigionava. Mario, in silenzio, guardò, il cuore che si spezzava, ma Desirè rise, il corpo che tremava di piacere. “Tu seguici con la tua macchina, cornuto,” disse Ernesto, senza guardarlo, mentre accompagnava Desirè fuori, la mano ancora tra le sue cosce.
Il club era un antro sotterraneo, un labirinto di luci rosse e ombre, l’odore di sudore, sborra e alcol che saturava l’aria, un miasma che pizzicava il naso. Le pareti di cemento grezzo erano macchiate, il pavimento appiccicoso sotto i tacchi rossi di Desirè, il clac clac che si mescolava al ronzio di voci maschili e gemiti lontani. Ernesto la guidò verso il centro della stanza, dove una gogna di legno scuro l’aspettava, le manette di metallo che scintillavano sotto le luci al neon. Più di 20 uomini erano lì: amici di Ernesto, con camicie sgualcite e sguardi famelici; clienti dell’ufficio, in giacca e cravatta, i volti arrossati dal desiderio; anziani frequentatori del club, con capelli grigi e pance prominenti, i cazzi che emanavano un odore acre e forte, un misto di sudore e sporcizia che fece fremere Desirè, la sensazione di essere una puttana completa che le incendiava la fica. Mario, relegato su una sedia in un angolo, guardava, il viso contratto, il cazzo duro ma gli occhi pieni di un dolore che cresceva.
Il club era un inferno di luci rosse e ombre, un antro sotterraneo che puzzava di sudore, sborra e alcol, un miasma che pizzicava il naso e accendeva i sensi. Le pareti di cemento grezzo, macchiate di umidità, riflettevano il bagliore al neon, mentre il pavimento appiccicoso afferrava i tacchi rossi di Desirè, il clac clac che si mescolava al ronzio di voci maschili, gemiti e risate crude. Desirè, al centro della stanza, era una visione di lussuria: i capelli castani sciolti, onde lucenti che cadevano sulle spalle, gli occhi verdi accentuati dall’ombretto nero smoky, pozzi di desiderio che catturavano ogni sguardo. Le labbra, dipinte di rosso acceso, luccicavano come sangue fresco, le unghie laccate di rosso che scintillavano mentre si muoveva. La vestaglia di pizzo nero, il suo sigillo, era aperta, lasciando intravedere i capezzoli duri e la curva delle tette, la gonna di pelle nera sollevata appena sopra il plug da 8 cm, un mostro nero che le dilatava il culo, il dolore che si trasformava in piacere a ogni passo. Le calze autoreggenti nere, velate, accarezzavano le cosce, e i tacchi rossi da 12 cm la elevavano come una dea. Ernesto, accanto a lei, la proteggeva, i suoi occhi castani che la divoravano. Mario, relegato su una sedia in un angolo, la camicia bianca sgualcita, gli occhiali che gli scivolavano sul naso, guardava in silenzio, il viso contratto, il cazzo duro ma il cuore che si spezzava.
Desirè fu messa sulla gogna, le mani e il collo bloccati nelle manette di metallo freddo, la vestaglia di pizzo nero intatta, il pizzo che sfiorava i fianchi, la gonna sollevata a rivelare il plug luminoso. Più di 20 uomini la circondavano: amici di Ernesto, con camicie aperte e sguardi famelici; clienti dell’ufficio, in giacca e cravatta, i volti arrossati; anziani frequentatori del club, con capelli grigi e pance prominenti, i cazzi che emanavano un odore acre e forte, un misto di sudore e sporcizia che faceva fremere Desirè, la sensazione di essere una puttana completa che le incendiava la fica. Tra loro, riconobbe volti familiari: due imprenditori, sulla quarantina, con completi eleganti ma sgualciti, che aveva visto alle riunioni aziendali, i loro occhi pieni di desiderio represso; l’amico di suo fratello, Paolo, un trentenne con capelli neri unti e una camicia hawaiana aperta, che le aveva sempre fatto avance viscide un vero porco; suo fratello Luca, ventotto anni, in testa alla fila, i lineamenti affilati e gli occhi brucianti di un desiderio proibito; un vecchio amico del padre, Giovanni, sessantacinque anni, con capelli bianchi radi e una giacca di velluto logora; e l’anziano del palazzo accanto, un settantenne con mani tremanti e una camicia a quadri stropicciata, che la sentiva scopare ogni sera attraverso le pareti sottili. Desirè era imbarazzata ed eccitata, il cuore che batteva forte, la fica che colava sotto la gonna.
Gli uomini si avvicinarono, le mani ruvide che strizzavano le sue tette, i capezzoli duri che pulsavano sotto il pizzo nero. Le dita scivolarono nella sua fica, bagnata e pronta, poi nel culo, sfiorando il plug, l’odore muschiato che si sprigionava come un’esplosione. Uno dopo l’altro, i cazzi le si parano davanti alla bocca, grossi, sottili, curvi, tutti con quell’odore acre che la faceva sentire porca. Paolo, l’amico di suo fratello, fu il primo, il cazzo duro e unto, l’odore acre che le pizzicava il naso. Lo infilò in bocca, il sapore salato e pungente che le esplodeva in gola, mentre Ernesto le spingeva la testa, le dita intrecciate nei suoi capelli. “Succhialo, troia,” disse, la voce un ruggito. Desirè provò a tirarsi indietro, ma Ernesto la tenne ferma, il cazzo di Paolo che le sbatteva contro la lingua. Luca, il fratello, si avvicinò, il cazzo curvo e duro, l’odore più pulito ma intenso, e glielo infilò in bocca, il sapore salato che la travolgeva, mentre lei gemeva, imbarazzata ma eccitata. Giovanni, l’amico del padre, con il cazzo rugoso e molle, le sfiorò le labbra, il sapore acre e quasi disgustoso che la fece rabbrividire, ma Ernesto le spinse la testa, costringendola a succhiare, il gusto che si mescolava alla sborra degli altri. L’anziano del palazzo, con mani tremanti, le infilò il cazzo in bocca, l’odore forse e muschiato e rancido che la fece gemere, un misto di disgusto e piacere che la rendeva più porca. “Puttana!” gridò un imprenditore, venendole nella fica, la sborra calda che le colava lungo le cosce.
La portarono su un grande materasso circolare al centro della stanza, un altare di pelle nera macchiato di sborra, l’odore salato e muschiato che saturava l’aria. Un imprenditore, con una camicia bianca aperta, le tenne le gambe all’aria, facendosi leccare le palle, il sapore acre che la travolgeva. Luca, il fratello, le sfondò il culo, il plug rimosso con un pop bagnato, ogni spinta un fuoco che la consumava, venendole dentro, la sborra calda che le riempiva il culo. “Zoccola!” gridò, mentre Desirè urlava, gli orgasmi acuti che squarciavano il club. Paolo la inculò dopo, il cazzo unto che scivolava nel suo culo sfondato, venendole dentro con un ruggito: “Troia!” Giovanni, l’amico del padre, la scopò nella fica, il cazzo rugoso che la riempiva, la sborra che colava, mentre gridava: “Vacca!” L’anziano del palazzo, con mani tremanti, la scopò nella fica, il suo odore rancido che la travolgeva, venendole dentro con un gemito. Paolo tornò, facendosi leccare il cazzo, il sapore di sborra e culo che la faceva gemere, poi si unì a Ernesto per una doppia anale, i loro cazzi che le sfondavano il culo insieme, la sborra che la riempiva, un orgasmo selvaggio che la faceva urlare: “Sì, cazzo, sì!”
Gli altri uomini si alternarono, venendo nella fica e nel culo, alcuni due volte, l’odore di sborra e sudore che saturava il club. Paolo, insaziabile, le strinse le tette forte, i capezzoli che pulsavano sotto le sue mani, poi le alzò le gambe al cielo e le infilò una mano nel culo sfondato, fistandola con forza. “Vacca!” gridò, mentre Desirè veniva di nuovo, il corpo tremante, gli urli acuti che riempivano la stanza. Ernesto, seduto sulla sua faccia, si fece leccare le palle, il sapore acre e salato che la travolgeva, mentre Mario osservava in silenzio, il cuore spezzato, ogni insulto un coltello nella sua anima. Desirè, insaziabile, urlò: “Ne voglio ancora, ancora, ancora!”.
Il suo corpo tremava, la fica e il culo colanti di sborra, l’odore salato e muschiato che saturava l’aria. Gli uomini, esausti ma eccitati, si scambiarono sguardi, ma il proprietario del club, un uomo alto con una cicatrice che gli attraversava il viso, la pelle segnata come cuoio vecchio, sorrise con un ghigno crudele. “Portate l’alano,” ordinò, la voce un ringhio che fece vibrare la stanza. La porta di metallo si aprì con un clangore, e un alano entrò, un colosso di muscoli e pelo nero lucido, gli occhi marroni che brillavano di istinto animalesco. Il suo cazzo, già eretto, era un mostro rosa e gonfio, il nodo alla base grosso come un pugno, luccicante di umidità, l’odore muschiato e selvaggio che si sprigionava come un richiamo primordiale. Desirè, inginocchiata sul materasso, lo guardò, il cuore che batteva forte, la fica che si contraeva al pensiero di essere presa, di diventare una cagna. Gli uomini, un cerchio di volti sudati e occhi famelici, si eccitarono, gridando: “Cagna! Zoccola!” Mario, paralizzato, osservava, il suo sguardo un misto di orrore e desiderio, la vista della moglie che si trasformava in una creatura animale che lo trafiggeva.
Desirè si mise a quattro zampe, il culo alzato, la fica esposta come un’offerta, la vestaglia di pizzo nero che le scivolava sulle spalle, intatta, protetta da Ernesto che la sorvegliava come un guardiano. L’alano si avvicinò, il muso che fiutava l’aria, l’odore della sua fica che lo attirava. La sua lingua rugosa, lunga e ruvida come carta vetrata, le leccò la fica, ogni colpo un’esplosione di piacere che la fece gemere, un suono acuto e selvaggio che squarciava il club. Il sapore della sua eccitazione, muschiato e dolce, si mescolava all’odore animalesco del cane, un misto di pelo bagnato e istinto puro. Desirè tremava, le cosce che si contraevano, il pizzo nero che sfiorava la sua pelle sudata, la sensazione di essere una cagna che la travolgeva. “Sì, cazzo, sì!” urlò, la voce rotta, mentre l’alano continuava, la lingua che scivolava dentro, ruvida e implacabile, facendola sentire porca, viva, al confine dell’umanità.
Poi, l’alano le salì addosso, le zampe anteriori che graffiavano il materasso, il peso del suo corpo che la schiacciava. Il suo cazzo, gonfio e pulsante, trovò la fica di Desirè, il nodo che premeva contro le sue labbra, un dolore selvaggio che esplose quando entrò, sfondandola con una forza brutale. Ogni colpo era un ritmo animalesco, il suono umido e carnale che riempiva la stanza, l’odore di sborra e sudore che si intensificava. Desirè urlava, gli orgasmi che si susseguivano, acuti e incontrollabili, il nodo che la riempiva, un fuoco che la consumava. Gli uomini gridavano: “Troia! Cagna!” mentre guardavano, alcuni masturbandosi, altri venendo di nuovo sul pavimento. L’alano si fermò, il nodo incastrato nella sua fica, e Desirè sentì la sborra canina, calda e abbondante, inondarla, un torrente che la riempiva, il suo corpo che si contraeva in un orgasmo pazzesco, gli urli che si spezzavano in gemiti rochi. La fica, distrutta, continuava a pulsare, ogni contrazione un altro orgasmo, il dolore e il piacere che si fondevano in un’estasi primordiale. L’alano rimase piantato dentro di lei, il suo respiro affannoso che si mescolava ai gemiti di Desirè, fino a che, con un pop bagnato, si ritirò, un fiotto di sborra canina che colava dalla sua fica, un rivolo biancastro e viscoso che macchiava il materasso, l’odore muschiato e selvaggio che saturava l’aria.
Gli uomini, eccitati dal caos animalesco, la sollevarono e la misero al centro della stanza, un altare di carne viva. Le pisciarono addosso, getti caldi e acre che le colpivano il viso, le tette, la fica, colando sulla pelle sudata, l’odore pungente che si mescolava alla sborra canina e umana. Desirè rise, la bocca aperta, bevendo qualche goccia, il sapore amaro e salato che la travolgeva, il pizzo nero della vestaglia che le accarezzava la pelle, intatta. Ernesto, il suo guardiano, prese la vestaglia, ancora immacolata, e la usò per ripulire il suo corpo, il pizzo che assorbiva la sborra e la piscia, un rituale che la consacrava come regina del piacere. Desirè, coperta di fluidi, il corpo tremante, rideva, al culmine della sua trasgressione, il cuore che batteva forte, la mente persa in un vortice di cazzi, sborra e istinto animalesco. Mario, sconvolto, la vide come una “cagna da monta”, una creatura che non era più sua moglie, e si alzò, scomparendo nel caos del club, il cuore spezzato, il silenzio come un urlo soffocato.
Ernesto, il suo guardiano, era un’ancora di forza, il petto muscoloso che luccicava di sudore sotto la camicia azzurra aperta, la peluria nera che contrastava con la pelle abbronzata. I suoi occhi castani, pieni di orgoglio e desiderio, non lasciavano Desirè, mentre la guidava verso la macchina, il plug da 8 cm, nero e lucido, raccolto dal materasso del club e riposto con cura nella sua borsa di pelle. L’odore del club – sborra, piscia, sudore – li seguiva, mescolandosi al profumo di vaniglia che ancora emanava dalla pelle di Desirè, un aroma dolce e selvaggio che saturava l’aria. Ernesto aprì la portiera della sua berlina nera, il cuoio dei sedili che odorava di nuovo, e stese una busta di plastica sul sedile del passeggero, un gesto pragmatico per proteggere l’auto dalla condizione indecente di Desirè, il suo corpo un caos di fluidi e lussuria. La fece salire, le gambe che tremavano mentre si accasciava, la fica e il culo che pulsavano di dolore, l’odore muschiato della sua eccitazione che riempiva l’abitacolo.
Il viaggio verso casa fu silenzioso, il ronzio del motore che si mescolava al respiro affannoso di Desirè, la mente vorticante di immagini: cazzi che la scopavano, grossi e acre, che le sbattevano in gola; il culo sfondato dal fratello, dall’amico, da Ernesto, la sborra calda che la riempiva; l’alano che la montava, il nodo che le devastava la fica, la sborra canina che colava; la piscia che le colava sul viso, calda e pungente, un battesimo di depravazione. Ogni immagine era un fuoco che le accendeva il corpo, un orgasmo mentale che la teneva viva. Ernesto, guidando con una mano, le accarezzava i capelli con l’altra, le dita che scivolavano tra le ciocche umide, il suo dopobarba speziato che si mescolava al puzzo di sborra.
A casa, il salotto era avvolto da un silenzio tombale, l’odore di candele alla vaniglia spento, sostituito dal sentore muschiato di Desirè. Ernesto la fece distendere sul divano di pelle nera, il cuoio freddo contro la sua pelle bollente, e le tolse i tacchi rossi, macchiati di fluidi, posandoli accanto al divano. La vestaglia di pizzo nero, sporca ma sacra, era accanto a lei, un simbolo del suo apice. Mario non c’era. La casa era vuota, un silenzio che colpì Desirè per un istante, un vuoto che le pizzicò il cuore, ma il suo piacere, un oceano inarrestabile, lo soffocò. Sorrise, gli occhi semichiusi, persa nelle immagini della sua depravazione. Ernesto, inginocchiato accanto a lei, le accarezzò i capelli, la voce bassa e roca: “Ci saranno altre serate, puttana.” Desirè annuì, un gemito soffocato che le sfuggì dalle labbra. Con un gesto lento, Ernesto prese il plug dalla borsa, il metallo freddo che scintillava sotto la luce soffusa. “Così dormi meglio, puttana,” disse, sollevandole la gonna. Le infilò il plug nel culo, il buco devastato che si apriva con un dolore acuto, un grido strozzato che si trasformò in un gemito di piacere. Desirè tremò, il corpo esausto ma vivo, il plug che pulsava come un cuore. Ernesto le diede un dolce bacio sulle labbra, il sapore di tabacco e sborra che si mescolava al suo rossetto, e Desirè sorrise, un “grazie” sussurrato che si perse nell’aria. Crollò a dormire, il corpo distrutto, la mente ancora vorticante di cazzi, sborra e piscia, la vestaglia di pizzo nero accanto a lei, un emblema del suo trionfo.
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